Le sale d’attesa rimbombano di taciti quesiti, respiri lasciati a galleggiare nel riflesso di una luce filtrata da persiane verde acqua, a volte grigio chiaro, a volte giallo sporco. Processi di vita in attesa di giudizio, sguardi lanciati nel vuoto in attesa di un appiglio. Qualcuno si affida a Dio, in una preghiera costante, un ringraziamento che gronda lamento, che giace nel silenzio, che prende forma in un soffio di voce. Qualcuno lo maledice, interroga feroce il suo intervento come a crederci davvero, come un frenetico star calmo nello sforzo immane di mantenere lucido se stesso. Voglio uscire. Andarmene. Non posso. Lotto con immagini del passato, mi getto tra le braccia della speranza, mi siedo e mi alzo di nuovo, qualche passo lento e a mani in tasca. Poi mi siedo. Getto la schiena sulla sedia, novanta gradi perfetti rispetto alla seduta. Poggio le mani sulle ginocchia, i polpastrelli tengono un ritmo irregolare sulle rotule. Parlo con il mio respiro, come fosse appena nato, gli do delle regole, incanalo la rabbia, puntello l’ansia pensando al ritorno. Chiudo lievemente gli occhi, butto indietro la testa ritrovando così la mia dignità. Voglio uscire. Andarmene. Non posso. L’attesa divora la sicurezza che ho, la convinzione di credere in me stesso. Quando l’esistenza é legata a una risposta il tempo si ferma, non esiste altro. Potresti volare o precipitare e la probabilità, anch’essa, galleggia rarefatta in una bolla di aria calda. Finché non arriva la sentenza é come correre sul filo del rasoio, a piedi nudi. Un lento sanguinare che necessita di un buon disinfettante e punti di sutura. E non ci si abitua, e non é una scelta, e non é che fa il cazzo che ti pare. No. Devi stare lì, parare i colpi, trattenere il respiro, dosare i gesti, mai naturali. Voglio uscire. Andarmene. Non posso. Voci metalliche che chiamano numeri che aspettano un volto, un corpo, un’anima. Sai quando tutto ti cade dalle mani? Come a volersi far carico di troppe cose. La differenza sta nell’equilibrio, chi ne è ha di più vince anche se spesso ci si accontenta di averlo e basta. Quando lo perdi é finita. Casca il primo pensiero, ci metti una pezza, ma scopri un lato di te più fragile del previsto, altri due pensieri piovono a terra fino a quando tra le tue braccia non potrai far altro che trovare un vuoto. Emorragia in atto, un sorriso ai soccorritori. Un’ombra si affaccia sul tuo sguardo mentre il sole picchia sul pavimento di plastica della sala d’aspetto. Una clessidra si rompe, la sabbia si sparge, il vetro disegna scintille. Intanto i tuoi pensieri più preziosi, quelli che giacciono al sole, vivono incuranti della pioggia. Che traffico nel cuore, che calore scorre nel ventre, che male che fa là, là dove sgorgano i sogni. Il tempo scorre lento, un goccia al secondo e ti vedi riverso a terra, col vomito in gola, con la bile sul colletto del pigiama. Voglio uscire. Andarmene. Non posso. Quante promesse fai a te stesso in quegli istanti, quanto avresti bisogno di un abbraccio che non arriverà mai perché li, sì proprio lì, ci devi stare solo, perché potranno tenerti le mani, intrecciare le dita e stringerti forte, ma nessuno potrà sottrarti al tuo dovere. Il tempo non passa e il rispetto che hai del dolore aumenta con lo scorrere dei secondi e il rispetto che hai della potenza della tua mente é inversamente proporzionale alla tua capacità di controllarla. Nelle sale d’attesa è sempre troppo freddo o é sempre troppo caldo. Il tempo non passa. Il tempo non passa. Non passa. Tutt’intorno si fa a scambio di vite, si fa la conta dei danni, orgogliosi nell’essere compatiti, nel sentirsi i più colpiti dalla sorte. Come reduci di guerra ci si racconta le battaglie. Con orgoglio si mostrano le ferite. Meno di 25 punti di sutura addosso sei un Rookie, un pivello, una matricola. É una raccolta punti e il premio é la sensibilità acquisita, un punto di vista differente sincero, tragico, reale. La vita mostra il suo vero volto nelle sale d’attesa di un mondo, che costretto a nascondere i desideri nei cassetti dell’ikea, dovrà poi ricostruirseli in serie ma senza istruzioni di montaggio. Conati di stanchezza uccidono la brillantezza di cui mi tingo prima di partire. Non voglio andarci ma devo. Non voglio restarci ma devo e forse voglio perché ho bisogno di sentirmi dire che va tutto bene. Per qualche tremante “mi dispiace” mi si annacquano gli occhi. Ma che senso ha, ditemi voi, fare a scambio di paure? Mi chiudo in me stesso, talmente tanto che ne rimango fuori, che non mi riconosco e mi immagino forte e in grado di controllare ogni reazione. Fisso un soffitto che non può darmi risposte e ho paura. Si cazzo, ne ho molta, mi scappa la pipì, provo a farla ma non esce. Questa é la paura fottuta che la vita venga di nuovo stravolta, che tutto ti venga portato via di nuovo, che qualcuno possa soffrire ancora per te, che tutto ciò per cui ha lottato venga calpestato dal destino o dal fato. Non é la sala d’attesa il posto in cui convincersi di qualcosa. La paura va sconfitta, affrontata ma porco Giuda quando arriva il dottore? Non voglio starmene qua, ho qualcosa di meglio da fare, il libro della mia vita ha ancora troppe pagine bianche che aspettano mirabolanti avventure che possano trovare inchiostro e prendere vita. Le sale d’attesa. Un brusìo continuo, qualche colpo di tosse. I signori anziani trovano gli ultimi sussulti di vigore nel tentativo di passarti avanti. Non vogliono privarsi di quel tempo che come grasso in eccesso cola dalle loro vite. I più simpatici silenziosi sorridono. Gli altri coi segni della vita addosso sbuffano. Le signore del quartiere, invece, composte e gentili, parlano tra loro. Si prendono cura dei mariti e fanno la conta dei loro acciacchi mentre si lamentano del ritardo del dottore. Ti accorgi di come la differenza tra vivere e sopravvivere rimane intrappolata nella scelta di come trascorrere il tuo tempo. Posso farcela, devo farcela. Dignità, sobrietà, denti stretti, pugni in tasca. Hanno spostato il reparto di nefrologia e dialisi. Spostato i letti, gli armadi, le poltrone, le macchine, i tubi. Hanno spostato gli sguardi, le attese, le abitudini. Hanno traslocato in un angolo del padiglione “A”. L’entrata è su un lato dell’ospedale in cui proprio non vai. Hanno spostato il modo di intendere la vita, hanno spostato qualche certezza, creato qualche disagio e posteggiato malati altrove. Mi raccolgo tra le spalle, l’umidità urta le ossa. Trovo l’ingresso, chiedo un’informazione, mi siedo. La sala d’attesa è in comune. In comune con un altro reparto. Non si ha nemmeno una sala d’attesa in cui condividere lo stesso problema. Poso le analisi su un tavolino rotto, un’occhiata veloce a qualche libro posato su una piccola libreria, la macchinetta automatica del caffè e il distributore di merendine. Tolgo il parka, mi siedo. Attendo, come tante altre volte ho fatto in vita mia. Succede che dal polo endoscopico esce un dottore, vestito di verde, gli occhiali sottili. Cala la mascherina, sussurra un cognome. Si alza una signora anziana, il suo vissuto lo raccontano le rughe e le mani rovinate dall’usura. “Si, suo marito…è un tumore”. Con eleganza, un sospiro e una dignità tale, la signore siede. Nel silenzio è possibile sentire il rumore di una lacrima che sgorga da quegli occhi stanchi. Mi si stringe il cuore, vorrei poterla abbracciare. Di li a poco entra un un piccolo uomo, il suo maglione rosso si stringe alla sua signora. Attendono il ricovero mentre si guardano negli occhi e si stringono la mano. Sorrido, i miei occhi si fanno lucidi. E’ il mio turno in nefrologia, raccolgo le mie cose. Quanto tempo e fiato sprechiamo, ogni giorno in questa vita. Cerchiamo esempi di amore sui rotocalchi, cerchiamo di sfuggire alla morte con elisir di lunga vita ma non impariamo mai niente mentre nelle sale d’attesa delle nostre periferie la vita si mostra nella sua più crudele e spietata recita, nella sua più convincente prova d’amore…”Andrà tutto bene” e chi se ne frega se non sarà così finchè avremo ancora voglia di guardarci negli occhi e tenerci per mano?

É il mio turno, tocca a me, hanno chiamato il mio numero. Sarò un numero bellissimo.

 

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