Ho acquistato un piccolo carillon, qualche mese fa, in un’anonima area di servizio vicino ad Amburgo, in Germania. Sta sul palmo di una mano ed è fatto di metallo, un metallo chiaro. Non è nascosto, chiuso o racchiuso in nessuna scatola, nessuna ballerina ci danza sopra. E’ nudo, forse sente freddo. Metallo e viti e un nastro che prende vita ogni volta che, impugnando una piccola leva a forma di “L”, la si fa girare. Vibra e riscalda la sua voce. Non posso nascondere in alcun modo il suo brutto aspetto, nemmeno usando la vena poetica più ricca di elogi e virtù potrei donargli bellezza. Poi lo appoggio al legno, qualsiasi legno, stringo la piccola leva tra pollice e indice e mi accorgo che solo con movimenti aggraziati otterrò qualcosa da quel buffo ammasso di ferraglia. Poi lo appoggio al legno, qualsiasi tipo di legno, stringo la piccola leva tra pollice e indice e inizio a girarla, delicatamente, con una cadenza ottocentesca. Si sprigionano melodie di malinconia estrema, di un sentirsi a casa, di un sentirsi tristi, di un sentirsi bene, di un sentirsi soli , di un sentirsi ancora in grado di ascoltare, di isolarsi, di chiudere gli occhi e godere di tutto quello che ciò che appare brutto scatena sulla faccia. Tu specchiati allo schermo e fatti riconoscere per quello che sei. Sei sul precipizio, nel limiti del pianto, nel limite del sorriso. Il carillon continua la sua lena, un trascorrere sugli occhi chiusi di storie, di come poteva andare, di bei ricordi decorati a sputi e cerbottane, da brividi e puttane, da sogni spezzati troppo in fretta e sostituiti da altri a cui devi ancora pensare e tu dillo al mare, mentre il carillon suona, servirà a farti addormentare e a non farti più del male e a trovare un finale di stagione che non può essere banale. Me ne stavo li ad Amburgo, un porto mercantile sempre freddo, dal colore della nebbia e quel rosso della ruggine sui mercantili e le travi e le piattaforme e stringevo nella mano quell’aggeggio strano, dal suono del silenzio, sulla pelle nuda mi faceva freddo ma mi dava alito e rifugio come quando lei ti presta la sua sciarpa, docile, profumata. Mentre tiri dentro al petto boccate di cherosene e cristalli del Mar Del Nord, mentre il cielo è pervinca, mentre si sfida tra le navi la ferraglia di una classe di perdenti. L’ho acquistato per averlo e non per possederlo e nemmeno per scherzo o per regalo, era ed è per me e lo tengo qui davanti mentre scrivo, nei giorni di burrasca me ne ricordo a stento anche se è freddo è vivo, anche se si muove lento e non è bello. Ha un eleganza sua che se chiudi gli occhi poi li riapri a stento.

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