Cosa ci trovi di bello nelle vie di Lisbona? Quando si aprono ad un orizzonte sconfinato, di un azzurro lucido, da sfiorarci i piedi e sentire le profondità dell’oceano. I suoi misteri, le sue correnti a levigare, da sempre e per sempre, la superficie del mare, del continente, della pelle di altri e adesso della tua. E’ una luce che arrossa i muri di pietra bianca. Quando piovono a perdifiato su canti lusitani, echi di popoli lontani, di grandi traguardi, di fallimenti e di balli sudamericani. Fa un caldo strano, a fior di pelle, mentre i profumi distraggono l’incosciente, tra corse e nascondigli, gli occhi neri e profondi di un anziano ambulante. Quante cianfrusaglie nel suo carretto dipinto di azzurro. Qualche scheggia sporge dal legno ma non scalfisce affatto la pelle dura e olivastra di quel piccolo e rude uomo. Un quadretto da camera dalla cornice verde acqua ritrae una donna dal viso disteso stendere panni color pastello all’aria tiepida di una piccola casa di periferia. Il colore delle tegole è di un rosso mattone anticato. Anni e intemperie hanno annerito i bordi delle tegole più esposte. Un vecchio e arrugginito annaffiatoio poggia sul pavimento di pietra accanto ad un piccolo vaso di fiori. Una margherita si agita per il passaggio di qualche turista indaffarato. Il legno della chitarra classica appoggiata al muro racconta di una vita vissuta tra le braccia di migliaia di viandanti e cantastorie, timidi avventori in cerca di avventure. Un tesoro di impronte digitali da fare il giro del mondo, da saltare su mongolfiere gonfiate dal vento in poppa dei porticcioli di provincia, fascinosi fazzoletti di terra di passaggio. Chiuse negli occhi azzurri di coloro che hanno visto altri mondi, trova rifugio la più appassionata e violenta storia d’amore. Tinta di rosso, di viola, di giallo, di sabbia, d’oro e porpora. Una rosa dei venti riposa stanca su un un mobile color mogano. Il freddo del marmo risveglia i sensi, mentre, a piedi nudi, la notte sorprende un mattino dai riflessi rallentati. Come lucciole, sui campi di grano della Toscana, la città si illumina di un delicato color della luna. Piccoli punti color latte segnalano dimore, costeggiano strade e viottoli cibandosi di oscuri presagi. Il brusio del vicinato tiene compagnia, mentre una tenda è libera di rincorrersi spiegata dalla brezza dell’atlantico. La finestra lasciata aperta è un intrigante richiamo all’infinita distesa d’acqua macchiata solo dai riflessi di questo ultimo lembo di terra aldilà del quale oriente e occidente si sfidano. Quando un coro suona come un unica voce e non si limita ad essere un insieme di voci. Questa è l’intrigo delle notti in riva all’oceano di quel “tutto va bene” che insegui da una vita, di quelle lacrime di freddo che bagnano gli occhi negli inverni più rigidi, con le mani in tasca. Nessuna certezza a proteggerti e nonostante questo credere. Il sale taglia la faccia ma non brucia: Purifica, nel brivido di un istante, come un giorno d’ottobre in Iran a respirare il fumo del legno nero, purificatore dell’aura eco di leggende lontane. Che tutto possa tornare in linea fino a sbocciare in un idilliaco abbraccio tra paesaggi amati per il conforto con cui ci accolgono. Tra i muri bianchi di Lisbona , i tamburi e la legna nera di Teheran. Cosa ci trovi di bello nella solitudine di un percorso senza sorpresa? Di una cammino senza paure? Cosa pensi incrociando gli occhi degli sconosciuti? Uno specchio in cui riflettere o solo l’immagine di te stesso?

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