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Il volume dell’autoradio è ragionevole, se vogliamo, decente. Non troppo alto per evitare di traumatizzare le viscere ancora scosse dal risveglio, non troppo basso affinché la musica possa aiutare la pelle a svegliarsi così da poterti aiutare ad assorbire i colpi della giornata. Al lavoro arrivo ascoltando i Minor Threat.  Tutta la rabbia scaricata in pochi minuti di canzone, riversata completamente e con anticipo su quella striscia su cui ondeggiare in attesa del caldo agghiacciante dell’ufficio. Lo sguardo punta molto più lontano dell’orizzonte, molto più lontano del TIR che hai di fronte e che percorre lento la statale. Lo sguardo pare assente, i muscoli intorpiditi. Anche una sosta ad uno stop risulta troppo impegnativa da affrontare. Non è tanto la mancanza di voglia, non è tanto la noia…è più l’istinto di proseguire o fermarsi, è più la voglia di rimanere a riflettere ed osservare. Qualcuno ti supera soddisfatto, qualcuno ti manda a fanculo perché vai troppo piano o troppo forte. TI lasci scivolare tutto addosso. Le orecchie si abituano al mondo e la mano alza il volume. Ian MacKaye vomita repulsione e speranza, tentativi e grinta. Mi trovo ad immaginare scene in teatri fatiscenti degli Stati Uniti di inizio anni ’80. Penso alla scena Vegan mondiale, penso a quella Italian, penso alle mode e associo le mode alla scena Vegan ai pantaloni rivoltati , i mocassini e le montature degli occhiali spesse. Penso che non sono vegan ma stimo il motivo per cui la gente combatte in un certo modo questo mondo di merda, senza per forza somigliare ad un damerino o ad un artista. Anche un delinquente, credo possa essere vegan o tenersi lucido e sobrio. Vegan e anticapitalismo, palestrati a scambiarsi la rabbia e il sentimento di rivolta, la coscienza dell’essere, la voglia di lucidità, la rinuncia come valore aggiunto al proprio corpo, al proprio benessere fisico e mentale. Nessuna droga, nessuna alterazione della realtà. Lucidi a difesa degli spazi, per non sentirsi soli a causa delle proprie scelte, il rispetto di esse. Le “X” sulle mani, l’hardline che può farsi fottere perché in ogni scena ci sono idioti a cavalcare onde di mari che non gli appartengono. La resurrezione del pensiero equilibrato, nessuna discriminazione ed un “perché” reale ed assoluto nelle decisioni. Penso alla serietà con cui tutto questo mi appartiene, la serietà con cui tutto questo viene affrontato, la volontà d’animo che ci si mette. Penso alla società, a come poterla migliorare e lo faccio mentre i Minor appiccicano manifesti indelebili sui muri della mia anima. Penso di essere uno SxE forzato, penso che la sobrietà è una gravissima mancanza di questa era senza confini e senza pudore ma con pochi padroni e tutti idioti. Il “sistema” a cui non ci si vuole integrare e i calci in culo alla rassegnazione. “Atleast I’m fucking trying, what the fuck have you done?”. Esatto, penso e sono sveglio e non solo fisicamente, mi sento sveglio e vigile, attento e chiaro negli intenti.

Parcheggio, spengo l’autoradio prima di aprire lo sportello nel rispetto del silenzio che mi circonda. La mia modesta auto traballa un po’, raccolgo le membra dentro al parka che spero mi porti lontano. Mi preparo ad affrontare il freddo del primo mattino, a prendermelo in faccia, a farmi prendere a schiaffi. Scendo la scalinata con in testa i miei pensieri, quella rabbia che spinge al meglio, quella sana rabbia che da la carica, quella rabbia sintomo di svolta. Perché chi ha detto che essere incazzati è una cosa negativa?

Una scintillante Lancia Y sfreccia al mio fianco, un luccichìo che stona col paesaggio autunnale intorno. La macchina vibra spinta dai woofer appiccicati nelle cartelle degli sportelli. Il rosa antico dell’auto traspare e trasuda apparenza e ostentazione. L’arresto avviene nel parcheggio, dopo aver corso per chissà quale dimostrazione di forza. L’autoradio ancora canta al suo interno, un rumore sordo attraversa i finestrini e giunge a me come qualcosa di piuttosto fastidioso e ben lontano dalla sobrietà del momento. Qualcuno apre la portiera, Marco Mengoni e la sua voce escono dalla Y luccicante. Il volume eccessivo si espande sulla vallata spargendo miele ovunque. L’ovatta della scatola appariscente non contiene più il suono e lo sportello aperto ne libera l’esplosione. Come camera iperbolica, come una band dentro una sala insonorizzata: Apri la porta, la musica fugge in ogni dove. Poi dipende dalla musica, poi dipende da te. Come una risacca tarda un attimo prima che la radio si spenga. Arranco sulla salita, mani in tasca, lo sguardo al cemento e poi dritto, di fronte a me, come se tutto ciò non mi appartenesse, come a cercare di stare aggrappato a quel discorso serio che tra me e me tento di ricominciare. Scende una ragazza, i ray ban non servono a nulla, magari lei lo sa, ma li mette perché “oddio ho le borse agli occhi nonmisipuòguardare”. Un pellicciotto addosso grida vendetta e chiede alle X del mondo di intervenire. Alla faccia del movimento Vegano, alla faccia della sobrietà. Uno schiaffo in faccia a tutti i propositi di sobrietà e lucidità che fino a qualche minuto prima invadevano i miei spazi e la speranza che i vuoti vengano riempiti da qualcosa di più umano. Una coltre di profumo nauseabondo scontorna l’aria attorno al suo profilo. Un calcio in bocca a noi che cerchiamo di costruire un futuro, se non migliore, almeno “meno peggio. Qualcuno, ad ogni passo che fa, muore. Ad ogni nervo colpito dal rumore indecente di tacchi che non riescono a farla apparire “più bella”. “evviva i corsi sulla sicurezza sul lavoro che ci propinano ogni due anni”. I Rayban non fanno spuntare il sole e il suo smandibolare impregnato di soddisfazione vanno esattamente a tempo col suo sinuoso sbandierare di notti brave, addominali scolpiti e bicchieri lasciati vuoti qua e la.

Provo a convincermi che il giusto andare è quello medio, la verità sta in mezzo, che forse esagero io, che magari la nausea passa, che la mia rabbia è troppa ma continua a salire. Penso che tali persone non meritano di avere la mia stessa possibilità di decidere del destino del mondo. Mi pento: “chi cazzo sono io per dire questo”. Penso che ho sentito lamentele rivolte al drink annacquato, al tipo che “non mi caga”. Strizzo gli occhi, mantengo la calma, provo a sorridere un po’. Penso al costrutto del momento storico, penso ai “popolari” che costano 35 euro, penso all’annacquamento ben più grave dei cervelli che mi circondano. Penso che ok, erano brutti, ok erano violenti, ok erano altri tempi, penso che ok magari le cose cambiano…penso ai temi trattati, penso a ciò che importa, a quello che influenza la vita di tutti i giorni. non le calzate però: le cose serie.  Penso al disagio. Penso che forse sono io il diverso, che siamo in pochi. Penso che “vaffanculo, forse hanno ragione loro che se ne fottono di tutto, che non si fanno alcun problema”. Poi torno in me.

Penso che al lavoro, solo io arrivo ascoltando i Minor threat.

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