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Quanti sguardi futili e troppo importanti rivolgiamo a problemi solo in apparenza enormi mentre la nostra esistenza viene distrutta. Tutto intorno, è questo il prima, tutto intorno un’erosione continua flagella un futuro sempre più offuscato. Crediamo che tutto venga prima dell’essenziale, crediamo che tutto possa porre rimedio, tentiamo di dimenticare, tentiamo di rimandare. Poi il conto si presenta, il dazio da pagare è troppo alto, indebitiamo il nostro stomaco, incendiamo il nostro intelletto quando a tutt’altro potrebbe servire. Sale la rabbia. Non diamo mai spazio a nulla che sia concretamente basilare per la nostra vita. Si sgretola sotto le nostre scarpe firmate, annega nei drink del week end che, come un pagliativo, arriva per assorbire solo quel poco di energia che crediamo di avere. Crediamo che tutto si rigeneri poveri ingenui. Dove è il mio lavoro, perchè dovrei pensare di andarmene, perchè, continuamente costretto a rinunce, non mi trovo con nulla in mano? é Disarmante, avvilente, offensivo ed ipocrita. Ho gli anni di Cristo e del Re dei Giudei nemmeno la fame, nemmeno un posto in cui morire, nemmeno una corona, che sia di spine o di debiti fa lo stesso. Sale la rabbia. Arrivo a 30 anni e più e in mano cosa ho? La fortuna di persone comprensive, il barlume della speranza che il mio comportarmi sia servito ad avere una buona compagnia ogni sera ma non ho altro. Non una casa in cui sedermi e in cui sentirmi stanco perchè inondato di un lavoro che amo e che mi da soddisfazioni. Sale la rabbia. Non ho e la cosa più triste è che non posso nemmeno permettermi l’idea di un azzardo tale da cambiare questa situazione ambigua e assordante. Come, come risolverla? Generazioni pagano colpe che non hanno, le pagano con un denaro che non conta nulla: il valore della propria anima, della propria salute, del proprio star bene quotidiano. Il brio della vita è racchiuso nella risoluzione di qualche problema, nessuno crede e vuole una vita assolutamente perfetta. Si chiede solo la possibilità. Sale la rabbia. Siamo sacrifici umani non ancora sull’altare degli Dei e camminiamo avanti con la sensazione di retrocedere. Non portiamo più addosso nemmeno il nostro vero viso. Esso si svela di tanto in tanto, coperto da troppo tempo da una maschera che ci somiglia, ma ha un che di grigio, di stanco di assuefatto. Stringiamo le mani e al tatto sentiamo la triste consistenza del niente. Non abbiamo il diritto di impazzire, ci viene chiesto ma non possiamo domandare o pretendere. Abbiamo il vomito, qualcuno il pianto, qualcuno rabbia. Ecco. Noi, a che presentiamo la fattura di tutto questo? La nostra rabbia chi la paga? Perchè la rabbia è avida assassina dell’intelletto, è assetata di pazienza e virtù. Annulla la ragione e spiazza le nostre ferite. E’ una morbosa rincorsa alla soluzione. Districare i cavi, trovare il bandolo della matassa . Rimbocchiamoci le maniche che il lavoro più profondo dovrà essere il nostro volerci bene. Rimbocchiamo il calice dell’autostima, rinforziamo gli argini della nostra energia. Armiamo le nostre braccia e sentiamoci in diritto di colpire chi calpesta l’ìessenziale. Al superfluo dovremo abituarci a breve. No, a ciò che ci rende vivi no. E’ come correre e poi camminare e poi sentirsi stanchi ma cadere nel soffice. E’ un urlo continuo, un ruggito di libertà in un insieme di superficie. Sale la rabbia.

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