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Non c’è mai un cazzo di semplice in questo spazio, in questo universo di continuo disordine. Mai nulla al proprio posto, ma nulla di facile. Mai qualcosa che ti faccia tirare il respiro, sederti e goderti lo sfascio o lo spettacolo che ti si sta ponendo davanti. E non importa nulla, non importa un cazzo, se queste righe, se questi rivi di parole escono e scorrono tra il nulla e l’ignoto, non importa se interessa a qualcuno, non importa e non me ne frega un cazzo se tutto questo parla sempre e solo di vita e se dovrei usare sinonimi o contrari per torcere un sorriso a testa in giù. Non me ne frega proprio niente se non nasceranno semi da tempeste e vortici di vuoto che in me si instaurano in giorni di stallo, in giorni in cui la calotta cranica non riesce più a sopportare questa spasmodica ricerca di ricordi e fastidi e ombre dentro quel punto di te difeso da nessuno e messo continuamente in crisi da chi sta sopra di te o al tuo pari. Non posso far altro che fregarmene di un giudizio che parla esanime di cose ripetute, questa è la vita ed è la vita che vivo io, una vita macchiata di verità e sporca di buio e luce, infetta di sangue e infamia, grondante di ira e sfiorata da ventate di inebriante profumo di quelcosa che, fortuitamente, va bene. Sprazzi, lampi, tuoni, fulmini. Ecco come si ricaricano le pille se le difficoltà spingono al baratro, se per uno sgambetto cadi e muori e quando ti svegli chissà se sei sveglio davvero. Non che ti sia dato il tempo di salutare, di mettere a posto le ultime cose. “Ti si chiede di andartene così, o rimanere nudo e glabro spogliato completamente del tuo essere. Ti viene appesa al collo un cartello, al piede una palla di acciaio purissimo. Vi vi cosìì ora e possibilmente sorridi. Che poi di passare giornate di merda cosa ti interessa? E’ per chi ti sta intorno la rabbia, il fegato e lo stomaco maciullati dal senso di colpa per non essere in grado di stare in mezzo alla giungla, il cuore che si squarcia a strati di bruciore per la tremenda capacità che hai avuto di tramutare il più bel sorriso che tu abbia visto in un silenzio che fa attorcigliare le interiore. La rabbia, l’angoscia, l’ansia, la paura di vivere assalgono alla giugolare, le scansi le provochi per constatare se sei ancora in grado di affrontarle a viso a perto. Hai paura della risposta. Il sudore, freddo, agghiacciante che impregna i tuoi vesiti e ti si appiccica addosso…la stessa sensazione di inquietudine che hai ora, sulla pelle, nell’incapacità di di capire chi sei e cosa sei veramente. Se sei giusto o sbagliato. Stringi, stringi le palle, e ti viene il vomito, stringi i denti e stridono di schizzi di saliva che si posa ovunque, stringi gli occhi e il succo del tuo male esce in piccole gocce le cui onde si appoggiano al bagnaschiuga dei tuoi occhi. E ci ricaschi e ti senti meno. Attendi emozioni perchè sempre meno situazioni riescono a dartene. Quando le catene tirano dalla tua allora il cuore pulsa, gli occhi scintillano ed è un apoteosi. Parliamoci chiaro…il fato ti ha riservato picchi incredibili di sentimento e reale emotività da averne assimilato il centro fino a rimanerne assuefatti. Reagisci agli spari ma sei stato ferito e in quei giorni la linea di confine tra un flebile sorriso e il tuo più disastroso viso è appeso ad una ragnatela. Che poi la massa non capace e cio che non entra nella sua sfera emozionale tende ad escluderlo. Cacci giù gocce come fossero brillanti purissimi di un elisir d’oriente in grado di darti serenità e grinta. Muori piano piano e vaffanculo. nulla che ti interessi mentre intorno il mondo sembra ignorarti e non capire, mentre chi c’è soffre e tu non puoi aiutarlo perchè a te ti è stato negata la possibilità di costruirti qualcosa di saldo e stabile. La salute dicono. No e no nemmeno al lusso moderno di avere qualche comodo agio. Mani sporche maneggiano denaro che non passerà mai in piena tra le tua grinfie. Pare non diano felicità e allora tutti…dico tutti… rinunciatevi e facciamo passi indietro. Invece no, tutto ruoto intorno a quel veleno in grado di usccidere. Ti uccide e lo fai sia che tu sia in suo possesso, sia che tu ne sia sprovvisto. Si inocula nelle estremità di cose che ti darebbero capacità di sgomitare. Non puoi, non è per te, e ti tieni questa vita e puoi subirla, pensi, puoi resistere, pensi, ma quello che non riesci proprio a fare è veder gli altri privi del sonno e tu li spettatore immobile. Tutto, tutto  appiccica e non c’è un cazzo di semplice in questa vita, nessuna logica, nessuna spiegazione. bisognerebbe spingere finchè ci è permesso, bisognerebbe sorridere ma solo ai falsi è data questa opzione. Prego che un Dio un giorno possa morire di mano mia e che da esso nasca un qualcosa di cui tutti si possano nutrire in egual misura. E se al sole la mia disidratazione aumenta che possa diminuire il fuoco che sento addosso. Nulla è giusto, nulla è al proprio posto. Sembra tutto una tremenda menzogna, con il palmo della mano a sorreggere la testa e a chiederci come fare, come cazzo poter fare a vivere così, di stenti e fame…di rivincite, di acqua limpida, di gioia e di grida. Che sgorghino lacrime allora e che questo sudore non ci permetta di distinguere un’inferno da un’altro che se per dormire abbiamo tempo è per vivere che ci sarebbe bisogno di aggrapparsi. Quando l’appiglio non lo si trova, si precipita e finchè il fondo non ci raggiunge non avremo mai la possibilità di risalire. Balli nell’oscurità di un strada ricca di insidie, non aiuterà essere ottmi ballerini, bisognerà avere tanta fortuna per non cadere. Non è mai semplice, non c’è mai nulla di facile, nemmeno svegliarsi o addormentarsi, nemmeno camminare o semplicemente continuare a guardare un tempo che scorre e non riuscire mai a trovare il tempo di salrci sopra. E vorrei avere 25 anni per poter esser già adulto e per poter continuare a rischiare…

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