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“Stenditi” ti dicono. Ad aspettarti non un letto ma fasce di legno, sassi, rotaie. Il treno sta per arrivare, la tua testa schizzerà via. Poi il treno non arriva. “eccolo, eccolo” ripeti dentro te. e quasi ti senti leggero. L’attesa finirà e non dovrai più pensare a niente. Poi no. Non arriva, e tu sei steso e aspetti ancora, come un condannato a morte e non ti svegli e la locomotiva tarda e come? Non ti dovevano passare a prendere? “Stenditi” ti dicono, “rilassati” aggiungono, “andrà tutto bene” e tu sei combattuto. Non sai se crederci e se dargli ancora una chance. Finalmente il treno, lo schianto sta per compiersi, forse tutto finirà e invece no…qualcosa ti salva e ti anestetizza la parte dei nervi saldi. Ad ogni vibrazione ora tremi. Il prossimo treno è un treno merci. Non hai reali corde a stringerti i polsi o le caviglie, puoi andartene ogni volta che vuoi. Cosa aspetti a farlo? Non c’è nulla che tu possa fare quando gli occhi, la retina, le cornee si impregnano del nero scuro dell’abisso pieno di macchie. Nero di seppia e buio, buio pesto. Ogni capacità dell’essere umano viene annullata. L’equilibrio diventa instabile, esso annienta ogni aggrappo al quale ti appigli per non finir per terra. Tutto inutile. Non senti nulla, il tuo udito è ricoperti di urli, un velo fitto, a maglie strette lo hai vinto davanti al viso mentre chi ti credeva immortale idolatrava le tue gesta. La leggende del super uomo scompare. Lo hanno detto al TG. Tutto crolla, magari è solo colpa della gravità o magari è la stanchezza, difficile trovare altri motivi ad un abbraccio al suolo che non provoca. Al fisico, più danni di un qualsiasi raffreddore. Poi tremi, ma passa, si che passa, è solo la botta. Il tremore aumenta e un’altra risposta non sai darla. Poi la testa ti si spacca in due, si rompe nel punto più fragile: dentro. Che sia il momento della resa? Forse la resa dei conti, forse capire dove sta il punto di arrivo causa la visione di nuovi punti di partenza. Ma la paura, quella puttana, deve sempre starti accanto? Lei sgambetta e si prende gioco di te, ti rende diverso e ti fa odiare da chi ti sta intorno. Chi ti sta intorno, lo vedi riflesso negli istanti più belli dei secondi passati insieme. Dura poco perchè la voracità del panico mangia ogni parte di te che avevi messo di lato in attesa di tempi migliori. Volevo mostrarti nel tuo spledore più sopraffino. Niente da fare. Riesci a mostrare il peggio di te e, ironia della sorte, riesci a farlo proprio nei momenti peggiori, proprio mentre chi ti vorrebbe aiutare ti porge sorrisi, ti porge una mano, ti porge un appiglio per non cadere. Scusate, scusate tutti, non ho fatto in tempo ad aggrapparmi e sono caduto. Mi sento di merda, mi sento un coglione, un emerito imbecille che si credeva chissà chi ed aspetta invece solo il momento peggiore per crollare. Ho sempre pensato che il punto da cui ripartire per nuove avventure, nuove prospettive, fosse proprio il pavimento, il suolo, il punto più basso sul quale ci si possa sdraiare. Ed eccomi qua allora, a guardare dal basso verso l’alto. Vediamo chi mi sorride, vediamo chi avrà voglia di urlarmi contro per farmi rialzare. Ho pesi addosso che nessuno vede, un pò ne nascondo, un pò non ve lo dico, un pò sono difficili da spiegare. Ed ecco l’inganno per chi prova ad avvicinarci per portare verso di noi quella pila di luce, quelle forbice adibite al taglio del velo sulla nostra faccia. L’inganno, a non sapere spiegare le cose, a non aver il coraggio di parlare, è che la gente pensa che la tua storia sia una fra tante e certo, è così. Non sei migliore o peggiore di altri ma nel momento dello schianto qualcuno si fa male di più perchè troppo a lungo ha portato dentro se un fardello che lo ha mangiato. Ha mangiato la sua sicurezza, il suo brillare dell’anima, la sua voglia di sorrisi. Ha ripulito la zona ed ha verniciato le stanze di autocommiserazione. Dove scappi? Dove vai? Cosa ti fa star così?…Mi far stare così la mancanza. La mancanza di tutto ciò che mi ha fatto sopravvivere alla carneficina che si è scagliata su di me quel gennaio di tanti anni fa, quel sangue nero vomitato da un coma profondo che torna a trovarmi ogni notte e poi ogni giorno. Chi gli da le chiavi di accesso? Gliele da questa vita precaria, questo contorno in grado di logorare ogni essere umano con un briciolo di ambizione. Le chiavi gli sono state date da me, ogni volta che mi arrendo, ogni volta che vorrei cadere all’indietro, sul mare a braccia larghe e da li sotto non sentire più nulla se non voci in lontananza. Vorrei essere dentro un ospedale, forse la mia vita è li, a sudare di continuo, ad allenare gli addominali a colpi di tosse e stringere i denti ogni volta che sento staccarmi i punti. Forse la mia vita è li, con gli amici infermieri pronti ad istigarmi la reazione ad ogni mio mollare, pronti ad accarezzare ogni mio sogno che vedevo svanire col passare del tempo. Un tempo fermo dentro di me, un tempo ai mille all’ora, la fuori, dove non potevo essere. La mia vita era li e lo scandire delle ore, della noia, delle gocce tra i tubi mi parevano amiche. Li dentro nulla poteva accadere, nulla poteva turbare l’equilibrio che stavo cercando. Li dentro, tra quei muri, tra quelle piastrelle, tra quelle luci, tra gente disperata mi sentivo forte, dipendevo solo da me. Le cose potevano andare bene o male ma c’ero io, c’era quel me stesso che soffocava all’idea di un’altro giorno dentro per poi trovarsi ora a rimpiangere il passato più lugubre che si possa affrontare. Li dipendevo da me, li non c’erano tanti cazzi su cui scherzare, non c’era superficialità non c’era questa fottutissima paura del futuro. Li dentro contava il presente e forse il domani, li contava esserci, li contava la forza, quella vera. Nervi d’acciaio, palle quadrate, sorrisi che elargivo in quantità industriali a tutto coloro che accorrevano. Sorrisi che erano: “non preoccuparti, qua ci penso io”. E io ci pensavo davvero e me ne toglievo fuori, conquistando cicatrici come fossero medaglie. Un piccolo grande eroe che, allo scoperto di tutto ciò diventa un qualsiasi coglione imprigionato nella superficie di un mondo che non gli appartiene. Non esiste meritocrazia, non esiste la spontaneità, esiste solo l’odio, solo l’egoismo. E’ un gioco al massacro e se tu il soldato proprio non lo sai fare soccomberai, presto o tardi, crollerai a terra, grondante di lacrime, di angosce. Crollerai completamente svuotato senza capire quale sia il tuo ruolo in tutto questo. Di ruoli ne ricopri fin troppi, nessuno adatto a te. Manca l’aria, sparano lacrimogeni a casa nostra sigillando le finestre. Manca il respiro, grappoli di bombe a mano sui nostri cervelli ridotti in rottami da burocrazia e menefreghismo. Giochiamo a fare i duri e poi, quando cadiamo a terra, essere stati duri scopriamo essere servito soltanto a farci più male. Non so che succede intorno mentre dentro me è buio, non so che succede agli altri mentre dentro me è vuoto, io vorrei solo che la gente non si preoccupasse che a questo ci penso io, vorrei solo la mia strada e percorrerla tenendo per mano chi si sente libero di avermi accanto. Come posso spiegare il resto? Mi sento come un bambino appena venuto al mondo, senza alcun mezzo per esprimersi e come faccio a togliermi di dosso sto pigiama a righe e tornare ad essere fiero dei segni che porto sulla pelle? Ripartiamo. Più in basso di qui non si va “semola”, si punta in alto, a quell’angolino di cielo che si vede da dentro questa cella di maledettissime angosce. Hai le ali, hai un balcone piuttosto alto, hai qualcuno che ti sorride e un buon tifo a supportarti. Cosa cazzo vuoi crollare? Dovresti dare lezioni di volo e cosa fai? Precipiti? Ricominciare a volare, se cadi ti sai rialzare, se ti usciranno dalle tasche le debolezze, chi ti ama, saprà raccoglierle. Però credimi: LO SAI FARE.

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