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Avevo libero accesso ad ogni angolo del reparto. Potevo muovermi ovunque. Se riuscivo a reggermi in piedi, per loro andava bene. Tante volte le infermiere mi permettevano di accompagnarle durante il giro delle medicine. Di camera in camera, di paziente in paziente. Mi rendevo utile, non sapendo cosa fare, mi rendevo utile, costretto in ospedale, appena mi riprendevo un pò, mi rendevo utile. Aiutavo a chiudere flebo ormai arrivate all’ultima goccia di vita. Aiutavo a portare da mangiare. Aiutavo a portare garze e flaconi, blister e pomate. Facevo domande di continuo. Domande del tipo: “A che serve questo?”. Ho iniziato bambino e non ho mai smesso. Sapere cosa stava succedendo, a me o agli altri, riusciva a darmi la consapevolezza di quello che mi accadeva intorno, dei movimenti dei dottori, del perchè degli esami che andavo a fare. Imparavo a capire gli incastri di dieci medicinali diversi, imparavo a capire come combattere il male, imparavo ad associare nomi difficili a problemi o a soluzioni. Quello che stavo imparando di più era la lezione più importante: Non a tutto era possibile porre rimedio. Tutto, comunque, lasciava un segno.

Avevo libero accesso ad ogni angolo del reparto e, visto che non sono sempre stato così bravo con me stesso come sembro, a volte, usavo questa libertà per farmi del male. Facile dirlo ora. Viene molto semplice confondere il bene con il male quando si cammina sul filo del rasoio. Ciò che sembra farti bene, in realtà, è la falce che stronca i sintomi ma che aggrava la causa, fino a poter arrivare troppo tardi ad acciuffare la retta via. Ci si confonde facilmente perchè, solitamente, la strada più breve è quella che da sollievo immediato e morte lenta, una morte che non si vede, offuscata dall’effetto placebo della falce. Avevo accesso libero ad ogni angolo del reparto e, nel momento peggiore di dolore, rubavo scariche di morfina. Era la via più breve per poter staccarmi dalla pelle, da un corpo che odiavo. Nessuno a quell’età dovrebbe veder gente morirgli a fianco, nessuno dovrebbe sapere dire cosa significa “coma irreversibile”, “neuropatia”, “duodeno”, “liquido di contrasto”, “emodialisi”. Volevo dimenticare il mio sapere.

Sono sempre stato un ragazzo sveglio, prima delle dieci anestesie totali che hanno rubato luce al cervello, sono sempre stato un ragazzo sveglio. Prendere una vena con un ago, preparare 10 cc di morfina…che volete che sia per un ragazzetto che ha vissuto in ospedale al posto di andare a scuola. Preparavo quella trasparenza con la facilità con cui, solo qualche mese prima, driblavo difensori e facevo innamorare procuratori. Tornavo a casa, sorridevo a tutti, vomitavo e sorridevo, mi si crepavano i muscoli perhè i sali minerali non riuscivano ad arrivare a loro e io? Sorridevo. Sorridevo a tutti. Sorridevo perchè sapevo che quella trasparenza, di li a poco, mi avrebbe fatto dimenticare tutto. Tra le altre cose. Che ingannevole visione la vita. Liquidi trasparenti e dai colori bellissimi che uccidono il tuo raziocinio in modo spietato ed immediato.

Arrivavo in camera, la porta chiusa a chiave e si consumava l’atto. Nessuno a sentirmi, in casa stavo da solo, tutti al lavoro o al doposcuola. Spesso pensavano dormissi. La morfina mi lasciava respirare, toglieva, da sopra il mio petto quella zampa d’elefante che pareva si fosse posata su di me. Mi lasciava libero di pensare ai problemi senza subire la conseguenza della sofferenza. Mi accasciavo sul pavimento, ogni volta in modo diverso. Me ne stavo li pomeriggi interi, a pensare e pensare in uno tiepido stato di coma apparente. Credevo di star meglio, stavo morendo, dentro e fuori. Ho sempre vissuto, da quel momento, sul filo del rasoio. mezzo cm fuori e ti si affetta la vita o parte di essa. L’odio più che lo iodio mi hanno aiutato a proseguire. Odiare le incertezze, qualche silenzio di troppo, le non decisioni, il non sapere come fare, dove andare. Cose che mi rendono pazzo e che l’odio riesce ad affrontare in modo diretto. Ad ogni esame, oggi, odio l’attesa credendo di meritare qualcosa di mio, qualcosa di facile, qualcosa che non sia solo morfina, che non sia un fottuto placebo ma che sia una soluzione. Definitiva, splendida. Dittatoriale. Soluzione.

Stare sul filo del rasoio e camminare dovendo guardare sempre e per forza avanti, non sbandare, non inciampare, controllare ogni momento muscoli, occhi, battiti. Tutto deve essere perfetto. Pensare a tutto ma non farlo a lungo o la concentrazione ne viene meno ed è li che si inizia a cadere. Odio stare in bilico e odio non avere risposte, odio le sale d’attesa e l’indecisione. A stare sul filo del rasoio si rovinano i piedi, si allargano le spalle e non puoi mai, per nessuna ragione al mondo, permetterti di staccarti dalla realtà. E’ un errore riposarsi. Devi imparare a farlo automaticamente, devi imparare che quella è l’autostrada della tua vita. A te ne hanno dato un fottuto millimetro ma te lo devi far bastare anche se non ci sono uscite di sicurezza o piazzole di sosta.

La morfina l’ho incontrata di nuovo anni dopo. Regolarmente somministrata da un dottore. Regolarmente iniettata da un’infermiera, una di quelle infermiere calme e decise. Per qualche attimo mi sono sentito di volare, poi ho guardato giù e ho deciso di lottare. Ho vomitato e non ho sorriso. Ora penso che tutto valga la pena di essere vissuto anche se le cose non vanno mai come vogliamo. Ora so anche come si fa un uovo di pasqua.

 

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