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In alcuni momenti della mia vita ho avuto il bisogno, la necessità di chiudermi nel buio della solitudine. Ho dovuto chinarmi di fronte a cose, spesso, più grandi di me. In alcuni momenti ho cercato, io stesso l’ombra della solitudine credendo di trovare refrigerio al riparo dal sole del mondo. Forse per carattere, forse per evitare di coinvolgere l’alone intorno a me di troppa confidenza, ho ecclissato la mia persona chiudendomi in un armadio preso a pugni si, ma da dentro, che almeno fuori non si riconosceva nulla. A volte, forse troppo spesso, ho avuto la faccia buia, l’espressione “cattiva”, l’aria di quello che non da confidenza, l’aria di quello da cui star distante. Trovavo e trovo tutt’ora , spesso e volentieri in quel modo di pormi, la giusta collocazioni della rabbia e della voglia di rivalsa. Non voglio confidenza, non voglio star “simpatico” per forza.

 

 

Non mi sono mai vergognato, di contro, di far scendere sulle guance qualche lacrima. Spesso, troppo spesso, vorrei armarmi di coraggio e violentare di botte la maggior parte delle persone che credono cosa sia meglio per me, che credono di insegnarmi quelle cose che, anche se non dimostro di vivere, le porto con me da anni di cui non parlo mai. Si tratta di violenza, come l’amore più viscerale, si tratta di urla smorzate. Si tratta di imbarazzo nel parlare con persone che sono talmente vicine a te da averti visto in stampelle trascinarsi da camere anestetizzate.

 

Ho pensato di abbandonare la musica tante di quelle volte che ormai non si contano, ho sempre temuto e sempre più temo, crescendo, che richieda troppo sforzo, troppo, per me. Spesso mi sottovaluto, sottovaluto quello che sono riuscito a fare, nonostante tutto. Un tutto che ogni volta che ci penso ci devo fare a botte e ogni volta che ci faccio a botte o perdo o finisce pari. Mi rendo conto che negli ultimi anni al verbo ho iniziato a preferire lo scritto. Sono troppo stanco di parole, ho bisogno di fatti, di dimostrazioni limpide che di cercarle tra li righe ci ho perso la vista. Ho bisogno di fatti, come ho bisogno di acqua, come ho bisogno di aria.

 

Siamo stati da sempre troppo amici per prenderci a botte, siamo sempre stati troppo “bravi ragazzi” per mandarci a fanculo. Siamo sempre stati fortunati a scambiarci le vite quando pesavano troppo. Quando succedeva e succede, ci siamo sempre stati. Siamo fortunati ad avere, ora, e solo ora, forse, persone che capiscono come batte il nostro cuore. So che sono rinato prendendo e percorrendo questa strada, so che ho tenuto in mano la spugna minacciando di gettarla tante volte. So che poi, appena finito, la spugna l’ho stretta più di prima. So che tutto questo mi ha donato le cose più belle che ho: le emozioni più vere. Sarà strano trovare un legame tra il punk/rock, gli ospedali e l’amore? Sarà strano trovare nel punk/rock lacrime e sangue e saliva? Un legame così forte da farti superare ogni limite. Eppure se sono quello che sono, anzi, se tra il buio e insicurezze ho ancora una parte migliore di me, quella parte che mi ha regalato il saper amare, soffrire e lottare, lo devo a questo.

 

La musica mi ha donato l’amore, il coraggio, l’obiettivo giusto. La sana cattiveria che pervade le mie espressioni, invece, deriva da altro, da tutte quelle sbandate che la vita dedica a tutti. Quanti numeri di psicologi e quanti numeri di assistenti sociali. Quanti buchi e quante volte a terra. La risposta è sempre stata “No grazie”, so cosa fare. Ho sempre preteso un’esistenza migliore e ora che, da ragazzo, sono alle soglie dell’uomo, mi va di sfogliare ogni singola pagina, cancellare la merda intorno e far splendere il mio presente e il mio futuro. Non voglio nascondere nulla…non voglio trattenermi. Vedo il mio futuro con un braccio attorno al collo della mia Lei, ad abbracciarla a far in modo che sorrida, nell’altra mano, stretta forte, la mia chitarra. Alle mie spalle, a proteggere il nostro cammino VOI.

 

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