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Le ombre si allungano, spinte dal sole, sulle pareti dei palazzi del centro. Le ombre si allungano, spinte dal sole, anche sulle pareti dei palazzi dell’estrema periferia. Le ombre si stendono sui prati dietro le chiese, sui campetti da basket dei quartieri residenziali. Il sole, nei giorni in cui funziona ad intermittenza, su per giù come una lampadina giunta al limite della vita del suo filo di rame, sembra quasi affievolire il suo bruciare. Placa la sua sete di calore e lascia respirare la città, la lascia libera dai suoi tentacoli, tentacoli che se vogliamo chiamare raggi, va bene lo stesso. Il sole stende le palpebre e, senza troppa resistenza, se ne va, chissà dove. Le ombre, hanno così, l’opportunità di abbracciare ogni vicolo, ogni creazione che sta più o meno sotto il cielo. La strada ha l’odore di bagnato, le gocce appannano ancora qualche vetro di qualche vecchia auto parcheggiata. Il verde sa di Irlanda, sa di verde. Le ombre arrivano a rimboccare le coperte alla città che calma la sua frenesia tuffandosi sui divani pronti ad accogliere ogni tipo di stanchezza, ogni tipo di frustrazione, ogni tipo di bisogno. Quanto bisogno ha una città, di una carezza? Di una sola carezza. Abbastanza leggera da farla sentire protetta. Una carezza leggera, tanto quanto un bacio della buonanotte. Qualcuno, con violenza inaudita si tuffa a capofitto in mestieri che con il proprio lavoro non hanno nulla a che fare. Arti e mestieri, però, che per il cuore risultano essere linfa. Persone che lavorano per permettersi di soddisfare il bisogno del loro animo soffieranno sulle federe del cuscino solo quando quelle ombre non daranno tregua alla luce, solo quando quelle ombre sapranno di essere illuminate, solo da stelle artificiali, appese ai lampioni che costeggiano il camminamento lungo gli scogli. Li, proprio li, vicino al porto vecchio. Alcuni si fionderanno nella pancia del letto fino a cercarne le viscere, fino ad arrampicarsi nei meandri del sonno profondo, più profondo dei sogni. Qualcuno avrà su di sè labbra morbide a sfiorar la pelle come lenzuola fresche nelle calde notti d’estate. Qualcuno poserà le proprie labbra su bicchieri ricolmi di tristezza o malinconia, qualcuno placherà mancanze versando saliva, misto a lacrime in film di tempi andati. E’ che a pensarci bene, quel bacio, non credo se lo meritino tutti. Quello che so per certo è che tutti ne avrebbero un gran bisogno. Quell’attimo di pelle d’oca, quello sfiorarsi della parte più superficiale delle pelle, quella che fa sorridere al solo contatto. Chi vorrebbe sottrarsi ad un così piacevole incanto? Un latte caldo per l’anima, quel bacio, quel velo accompagnato dal caldo del respiro che viene dal profondo del nostro essere. Quella spinta nell’uragano di stelle che si scatena nelle nostre notti più buie e più sole, quel lanternino lontano, quella guida da raggiungere per non rimanere indietro. Quel bacio, come un arcobaleno che che ha la forma di un cappuccio che ripara da quello che proprio non va. Addormentarsi, non per forza di notte ma con la speranza di quel velo di serenità. Alzare gli occhi e vedere l’arcobaleno talmente vicino da sentirne il fiato, il calore, due occhi ed un bacio. Il bacio della buonanotte.

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