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Pagine che ingialliscono ai bordi: affascinano, si tingono di quella solennità che richiama storia. Orge di urla fra pagine intonse, bianche, asettiche, il cui stropicciare ne addormenta la volontà del solo sfogliarne e goderne del sapere che possono contenere. Pagine, lo sventolare e il desiderio di mangiarne di apprendere, di capirne, di catapultarsi in situazione rocambolesche. Un’intero appoggiarsi, l’una sull’altra che senza l’una, l’altra cade, sempre un pò. Pagine, pagine di fantascientifica presenza scenica. Oscenità nascosta tra le righe, segreti raccontati come non fossero veri, mascherati e sottolineati. L’avidità che risiede nel vortice di sensazioni e della voglia di sapere cosa succederà poi. Cosa succederà poi? Perso tra inseguimenti e misteri, ospite sulla zattera di Huckleberry Finn, giù, sulle rive del Mississipi. Il sangue dei lager dove l’uomo si perde, l’occhio solenne di un grande fratello mascherato dietro maiali che riescono a stare eretti. Mirabolanti peripezie di ragazzi di periferia, storie di bande, sfoghi e turbe psichiche che, a delta, si tuffano nel mare di cervelli che al mondo vogliono sapere cosa c’è più lontano. Noi, lontano anni luce dalla verità, proiettiamo il nostro film fino a goderne, fino ad avere come amico Il giovano Holden, fino a chiamar per nome storici personaggi a cui siamo legati. Pagine nostre da scrivere tutto d’un fiato. Senza per forza aver bisogno di carta e penna. Solo da scrivere, nel senso più figurato di questo termine, nel modo migliore che possiamo o che sappiamo. pagine linde, pagine da inamidare che diventeranno magari morbide e segnate da righe e ghirigori. Pagine spiegazzate che intrappolano gocce di lacrime o sfoghi di gioia. Un diario segreto che, non per forza, tiene i suoi confini su pezzi di carta delimitati da una copertina. Pagine vuote che diventano piene. Pagine che ingialliscono, perchè dimenticate, perchè difficili, perchè scritte in una lingua da interpretare. Pagine come anime che succhiano al lettore ogni goccia di coscienza. Spaccami la testa e segui la materia grigia che ne sgorga. Spillami un’altra pinta che sa di fiaba e raccontala. Dentro ognuno porta una sua storia e ogni storia merita le sue pagine, merita che vengano sfogliate e lette. Ogni storia non si nutre della forma con cui viene scritta, ogni storia si nutre della violenza con cui riesce a sfiorare la placenta che racchiude l’essenza del conoscere. Ogni storia sarà riconoscibile dal sapore del suo inchiostro. Non sarà la copertina più bella a plasmare il succo del racconto a cui fa scudo. Una storia è l’occhio azzurro di Edgar Allan Poe e l’ansia che riesce ad accollarti. La storia è l’isolamento emozionale dei numeri primi, la storia è il racconto d’amore più mieloso che ci sia. Puoi scriverne, puoi disegnarci su, puoi farne quello che vuoi. Non tenerla in un cassetto ad ingiallire diventerebbe stantìa, sarebbe un peccato privare l’immaginazione altrui della descrizione dei tuoi occhi.

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