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Ho fatto un tuffo nel grigio della periferia di Milano con la sensazione di immergermi in una distesa densa di grigio e catrame senza soluzione di continuità in cui, nemmeno l’arancio sbiadito dei tram, riesce a staccare un smorfia diversa dalla routine. Quella sensazione di caldo dentro e freddo fuori, quella sensazione di sudore freddo mista a solitudine che attanaglia il sole, anch’esso oscurato dai resti di lavorazioni industriali. Tempo perso dietro ai finestrini, tempo perso a capire dove andare. Grigio e rosso mattone, grigio chiaro e lastre di menefreghismo, grigio scuro e cuffie sulle orecchie, signori laccati e signorine in ballerine o stivali. Vetri che non riflettono agli angoli dei palazzi, la calca asfissiante nel tubo sotterraneo.

In mezzo a tutto questo grigio, attorniato da veli di sciccherie e ansia tangibile, inseguito a perdifiato da un’intollerabile serie di gesti di disappunto chiedersi dove sta quella goccia di colore a cui aggrapparsi è piuttosto semplice se sai dove guardare. Milano ha dei tatuaggi, dei tatuaggi colorati ed ecco dove sta il colore: nell’inadeguatezza urbana, nello sfogo artistico e nel disagio di chi fa a meno del “centro” e preferisce il tessuto capillare operaio e delinquente. Delinquente per sopravvivenza e non per scelta. C’è un murales con dei fiori sul fianco della mia piccola periferia. C’è una scritta, circondata da questi fiori, una scritta che dice “Io non tremo, è solo un pò di me che se ne va”. Un murales che avvolge il grigio del mio stato di delinquenza, del mio ceto sociale inadeguato tra borghesia che mi circonda. A quei colori mi aggrappo, a quei colori i miei grazie, a quei colori devo la voglia di resistere e l’insaziabile passione che ho riscoperto. A quella scritta un “NON TREMIAMO” scolpito ovunque sia possibile, a quella scritta, come a fior di pelle, la cosa più difficile: La speranza nel futuro.

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