Niente da fare.

Riconsegno al capo-ufficio il lavoro che avrei dovuto svolgere oggi e me torno a casa abbracciato dai brividi. Cerco quasi di convincermi che sia solo l’umidità che penetra le ossa ma il termometro rispedisce al mittente queste piccole bugie dette tra la mia mente e il mio cuore. Eh si dai un pò di febbre, niente di che, niente di violento come spesso mi prende. Niente di violento altrimenti non sarei di certo qua, comunque in preda ad un testa che gira, comunque in preda ad un affanno infame ma ci sono e sono vigile. Non è sempre così. Il mio star male non è sempre uguale, così come alcuni dei “mi manchi” che si dicono non sono tutti uguali. Quando gli attacchi sono violenti il fisico crolla è vero ma quello che si sgretola da qualche anno a questa parte è il granito di cui la mia corazza è fatta. Che corazza? Che granito? Non chiedetemi di spiegarmi circa 20 anni di combattimenti aperti con la morte, o con la vita. Non ci riuscirei. Quello che volevo dire è che oggi questo pallido sole di novembre nonostante riesca a colorare l’aria di un lenzuolo di foschia non mi vede combattere con i fantasmi di un passato lontano e di un passato recente e di un presente molto presente e di un futuro incerto. Molto incerto.

Quando gli attacchi sono violenti arriva la voglia di vomitare rabbia. La rabbia di non poter far nulla se non resistere. Ci si chiede il perchè, senza aver fatto nulla, ci si debba ritrovare a vedere il proprio sangue ribollire in corpo voglioso di uscirne. E’ vero, a volte sembro anche io voler uscire da un corpo che, a fatica sopporto. Oggi non è così per fortuna. Oggi è uno di quei giorni che arrivano sempre più spesso. Oggi mi viene a trovare un amico si chiama ZITROMAX. Di solito sta negli scaffali della farmacia. Lui arriva, io lo saluto -ci si rivede è?-. Mi piace il rumore che fa il blister che contiene l’ennesima medicina che devo prendere. Mi piace rompere il sottile velo di alluminio che separa il mio star meglio, non bene ma meglio, alla mia mano. Zitromax si fa un giro tra i miei polmoni tra le mie viscere e fa il suo sporco lavoro. Quello che il mio corpo non riesce più a fare. Sudo, la febbre scende i fantasmini di oggi, bianchi e quasi simpatici, se ne vanno e io posso dedicarmi ad altre cose. Con solito macigno in testa, in petto in gola, sulle spalle.

Qualcuno non crede e qualcuno non mi crede se parlo di paure e di non risposte. Qualcuno punta il dito qualcuno mette divieti sulla mia vita. Come se non fossero già abbastanza le limitazioni che ho. Per non essere creduto ho perso molto me stesso. Per non essere creduto ho rischiato grosso. Chi ora non mi crede questa cosa non la leggerà mai, crederà di controllarmi e crederà che io creda al suo sorriso benigno figlio di cancro che serba in lui. Un cancro chiamato ignoranza. Questo week-end non sono andato a suonare, questo week end non ho fatto l’alba, questo week-end come tutti gli altri week-end non ho bevuto e mi ritrovo comunque sul letto con il pc sulle gambe e un mal di testa incredibile. In bocca il sapore del sintetico che mi cura, l’acqua che non va giù e i muscoli che ansimano.
Odio ammalarmi il lunedì. Il lunedì faccio sempre un sacco di cose. Il lunedì ho la mia ora di lezione di chitarra e dopo 20 anni l’unico male che vorrei provare mi piacerebbe che fosse quello dei tendini delle mani. Il lunedì ho le prove e le chiacchierate che partono serie e finiscono idiote coi ragazzi della band. Questo lunedì mi sarei dovuto vedere con una carissima amica. Ma no non si può, e ok, va bene. Si resiste, si sorride, si tengono a bada i fantasmi. Facciamo che oggi è come per tutti gli altri quando stanno male, il lunedì in cui mi è venuta la febbre e finalmente posso riposarmi.

Facciamo che oggi cerchiamo di non guardarci allo specchio pensando che tutto sia iniziato esattamente con la febbre.

Odio riposarmi. Voglio uscire di qui, ovunque io sia.

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