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A me il mare piace in inverno. Eppure sulla schiena ho ancora le macchie da insolazione che, da piccolo, la notte non mi facevano dormire. Ero sempre la, al mare, prima a far castelli con la sabbia (quelli in aria sarebbero arrivati più tardi), poi ad evitare meduse poi a far tuffi dagli scogli e giri in canoa con gli amici. Ma si dai, quando ho iniziato a capire come funzionava la cosa, al mare ci andavo pure per vedere come erano veramente le ragazze.

Erano belle.

Crescendo dal mare mi sono allontanato. Alcune medicine mi consigliano di starci lontano. Potrebbe farmi male. Il sole più che altro. Potrebbe farmi male,. Il mare non ha colpe. Ma il mare non è che non ha colpe con me, il mare di per se non ha colpe. Mai. Mi sono allontanato e sentire il sale che ti tira la pelle mi manca. Mi manca anche la pizzetta dopo il bagno e quel brivido di freddo se tira vento anche con 40°.  Nonostante queste mancanze il mare mi piace più in inverno. In estate lo vedo triste e sfruttato nella sua calma e nel luccicare del sole. Lo vedo usato, lo vedo intriso di crema solare che non ha chiesto. Lo vedo privato della sua sicurezza. In estate il mare mi piace quando lo vedo ribellarsi e grida di mareggiate e sbatte ogni cosa sugli scogli bianchi e grigi e vomita tutta quella crema e tutta quella merda di civiltà.

In inverno siamo io e lui. Lo vado a trovare, quando è grigio e lo sono anche io.

Mi confido e a lui confido i segreti più profondi che ho. Ne ho, si ne ho parecchi. Lui ad ogni onda che manda sembra abbracciarmi. L’orizzonte mi fissa e io fisso lui fino a confondermi. Ma dove finisce il mare? Quando urla e urlo, io non riesco a farmi sentire. Quando decide di rompersi sulle barriere che gli hanno costruito e mi regala spruzzi di posti lontani mi fa calmare e lascio urlare lui che comunque vadano le cose ne avrà viste sempre più di me. Me ne sto li al porto, al moletto o al faro, faccio il camminamento mentre qualche vecchio pescatore con la faccia segnata si lamenta. Il freddo taglia la faccia. Mi siedo sugli scogli e lo vado a trovare. Al porto. Il porto accoglie gente ed è motivo di addii. Il porto. In antichità le città che avevano un porto erano invidiate, per motivi strategici si intende. Io le avrei invidiate per quello che sa dare il porto.

Tu guardalo e lui fa la guardia, giorno e notte li. Sole, vento, turisti o no lui è la meta sicura. Li io ci vado in inverno quando i locali che lo sfruttano sono chiusi. Qualche coccio di bottiglia schiantato in preda ad euforia riposa li, morente. Il porto abbraccia il mare e io ne godo. Ho la sensazione di libertà, mi sento piccolo e vulnerabile ma capace di trarne la forza e il rispetto per una cosa incontrollabile. Mi chiudo tra le spalle e tiro su il cappuccio della felpa grigia. Il respiro crea nuvole e non c’è affatto bisogno che io dica ad alta voce: CIAO. Sa che tornerò. Lo sa in estate, quando di notte mi tuffo in lui. Lo sa in inverno quando la pioggia si confonde, quando ogni tanto qualche mie lacrima insieme a qualche splendido ma doloroso ricordo cade dai miei occhi. Tieni tu queste queste cose. Custodiscile e portale lontano. Portale, se puoi, dove io non potrò mai andare.

Mi giro, il vento mi spettina. Il sole apre le nuvole. Se arriva l’alba, al porto, sul mare e sulla sua imponenza, capisci che devi dire grazie per quello spettacolo che non hai pagato. MAI.

“Sono felice e commosso di farvi sapere che questo articolo, appena rivisitato è stato pubblicato, il 15 novembre, dalla webzine KULTURAL a questo indirizzo: http://www.kultural.eu/linguaggi-neokulturali/123-sul-fronte-del-porto Ringrazio di cuore FABIO per l’opportunità e la vetrina.”

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