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Era un pomeriggio di primavera. Uno di quei pomeriggi che i cronisti sportivi avrebbero definito “da clima ideale per una partita di calcio”. Me ne stavo li, in quel tunnel, sentivo un gran vociare, interrotto, di tanto in tanto, dalla voce squillante di altoparlanti che inneggiavano sponsor.
Quella maglia. Stupenda. Quella maglia mi stava grandissima, cadeva di almeno un po’ sotto i pantaloncini. Pantaloncini che arrivavano fin sotto le ginocchia: Non potevo distogliere gli occhi dalla maglia. Poteva essere lunga, poteva essere corta, la sola cosa a rapire la mia attenzione era il mio indossarla. Toccava a me, proprio ora. Amavo portarla addosso. Blu, le strisce sul petto e, in mezzo, quello scudo bianco. Ero con altri ragazzi conosciuti appena poco prima. L’allenatore disse di entrare. Per un secondo il sole accecò la vista. Lo stadio era pienissimo e, nei miei quattordici anni, sembrava ancora più grande. Dietro una porta, tra ombra e sole, enormi bandiere. Bandiere degli stessi colori della maglia, sventolavano. Sembravano quasi danzare. Quello stadio arancione con le torri, permetteva di vedere tutti in faccia tanto erano vicine le tribune al campo. Ci stavo pensando troppo ed ebbi paura. Di sbagliare, di non riuscire, di non poter dimostrare.

Sbagliai il primo passaggio. Rimasi deluso.

Arrivò un lancio, corsi a più non posso, driblai un paio di difensori, gli occhi su di me. Non capivo come, ma li sentivo. Sentivo anche che la mia enorme maglia, mentre correvo, si spiegava, come si spiegano le vele al vento durante la corsa. Tirai con tutta la forza che avevo, un difensore mi era entrato in scivolata. Mentre rotolavo sull’erba, vedevo avvicinarsi quei muri arancioni e quel muro di gente con i colori della mia maglia. Vidi la palla colpire l’incrocio dei pali e lo stupore della gente far un rumore sordo.

Da terra sentii gli applausi. Mi sentii forte.

Mi rialzai e rimasi incantato. Quel muro umano, ora, era in silenzio e aveva le mani alzate. Come un’armata. Sentivo solo una voce amplificata da un megafono, lontana. Il cuore si fermò in gola, stropicciai gli occhi. Stropicciai gli occhi anche tra i vicoli quel giorno, in quello stadio in quel giorno, in piazza in quel giorno, in quella via lunga in quel giorno e al porto antico in quel giorno.

Mi stropicciai il cuore quando mi dissero che non avrei mai più potuto giocare.

Genova si allontanava da me ma non dal mio cuore. Genova così maestosa e difficile. La gente di Genova così chiusa nella sua scorza di resistenza e mare. Porto di mare e di tempi che furono che, ad ogni motivo di chiamata, si rialza e non si lamenta mai. La gente di Genova nel fango scherza e non si fa scoprire.

Vivo a Pesaro, in una piccola e tranquilla città sul mare Adriatico e da qua soffro nel vederla in ginocchio, sorrido al pensiero sicuro che i suoi ragazzi la rialzeranno. Quel fango sapranno gettarlo su chi lo merita. Per me Genova è l’opportunità persa anni fa e il motivo per riconquistarla ora. Culla di cultura di un popolo forte, cuore di marinaio, pelle di sale e lotte fatte di acciaio e natura. Genova la sento, almeno un po’, come me. Chiusa in sé stessa pronta ad ospitare, nei suoi meandri, storie che tiene accanto ai suoi segreti, ai suoi ricordi. A Genova sono tornato tempo fa e mi aspettava così, bella come la ricordavo, solo un po’ più segnata dalla storia. Era li, ancora una volta pronta ad accogliermi con un sentimento grande al mio fianco e una passione smodata negli occhi. Sulla mia pelle, invece, segni di anni difficili. Genova la vedo splendida quando la si fa brillare. Genova è la superba. Genova la vedo triste e incazzata se il cielo è grigio. Incasinata. Genova la vedo che guarda lontano oltre il suo mare. La vedo che non guarda mai alle sue spalle piuttosto s’illumina alla lanterna che le indica la via: Farà di tutto per percorrerla.
In lei, nella sua gente, nei suoi modi e nei loro modi mi ci posso specchiare.

A Genova si deve rispetto. Il rispetto, per me, è tutto.

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